Introduzione
Il titolo di questa sezione rimanda alle molteplici valenze del concetto di frattura in Marx, alle successive riletture che hanno cercato, a diverse latitudini, interpretazioni nuove a partire da contesti diversi, con lo scopo di restituire al collettivo chiavi di volta, lenti e cornici. Si pensi alla rilevanza della frattura metabolica per il dibattito sull’antropocene, ad esempio. Assumendo tale slittamento di significato come pratica politica ricorrente e creativa delle soggettività del conflitto nell’ultimo secolo, è necessario riannodare il filo dall’editoriale fino a questa pagina prima di proseguire. In apertura, infatti, abbiamo posto in evidenza la sovrapposizione della crisi del sistema internazionale con quella del “sistema mondo”, in uno stato incessante di riconfigurazioni di (dis)equilibri globali costellati da guerre, concentrazioni di capitale, forme di produttivismo non solamente occidentali, reiterazione di modelli storici (colonialismo, la forma Stato, ecc.) in nuove determinazioni. Proprio questa intricata tela, che continua a costituirsi nell’azione multidirezionale di più soggetti, è contrassegnata da buchi, flessioni del ricamo e strappi – segni diversi della frattura.
C’è un filo che attraversa i tre testi articoli in questa sezione: la consapevolezza che la crisi delle mediazioni - istituzionali, politiche, epistemiche - non è più un sintomo temporaneo, ma la condizione strutturale. Laddove un tempo si affidava alla rappresentanza, oggi si sperimenta la presenza; dove l’opposizione era organizzata come una alternativa di potere, oggi si dà come proliferazione di pratiche autonome e interstiziali di contro-potere; dove la difesa dell’ordine democratico fungeva da orizzonte comune, ora la posta in gioco è la sua trasformazione radicale. La fine delle mediazioni liberali non segna solo il collasso di un assetto politico, ma apre anche un campo di possibilità inedite: l’emersione di soggettività collettive che abitano il conflitto, lo praticano, lo connettono in spazi sempre più transnazionali e ibridi - materiali e digitali, urbani e postcoloniali, corporei e algoritmici.
Nel suo saggio, Giso Amendola legge la riemersione dell’antifascismo contemporaneo come tensione irrisolta tra funzione istituzionale e vocazione trasformativa. Da un lato, l’“antifascismo difensivo” - quello che si arrocca nella difesa delle garanzie costituzionali, degli equilibri repubblicani, della legalità liberale - tenta di arginare l’avanzata delle destre attraverso un linguaggio di protezione e continuità. Dall’altro, un antifascismo molecolare, situato, incarnato - quello che si riconosce nella costellazione antifa - rompe con la logica della difesa e sposta il conflitto sul terreno della soggettività, dei comportamenti, delle relazioni sociali. Non più un appello alla memoria della Resistenza, ma un gesto di insubordinazione quotidiana contro le forme diffuse di autoritarismo, razzismo e patriarcato. È in questa zona di indistinzione tra politica e vita, tra istituzione e autorganizzazione, che Amendola individua il possibile “incarnarsi dello spettro”: la paura, da parte delle nuove destre, che i movimenti dal basso superino il limite difensivo per divenire costituenti, produttori di nuove forme di libertà e cooperazione.
Questo passaggio - dalla memoria alla potenza, dalla difesa all’eccedenza - risuona profondamente con l’Inchiesta sull’abitare che attraversa le geografie del disastro contemporaneo: Gaza, le periferie globali, i campi profughi, le città informali. Lì dove capitalismo e colonialismo convergono nel fare della casa, del suolo e della vita quotidiana un terreno di accumulazione e distruzione, la questione dell’abitare si trasforma in questione politica totale. Non si tratta più solo di una crisi abitativa, ma di una guerra all’abitare, una strategia sistematica di espulsione e precarizzazione che attraversa il pianeta. Da Gaza bombardata alle favelas sgomberate, dalle case occupate ai rifugi costruiti dal nulla, emergono pratiche di riappropriazione che non rivendicano semplicemente un diritto, ma esprimono una forma di esistenza politica: abitare contro la distruzione, abitare come resistenza.
L’abitare, in questo senso, diventa la cartografia materiale di una contro-globalizzazione dei movimenti. È nei quartieri, nelle baraccopoli, nei campi, nelle strade occupate, che si manifesta quella stessa energia che Amendola riconosce nei No Kings e nei movimenti antiautoritari: una spinta che non si limita a difendere, ma a inventare. Gaza, scrivono gli autori dell’inchiesta, non è solo il luogo di una catastrofe umanitaria, ma anche il punto estremo di una domanda universale: come vivere quando la vita è sistematicamente distrutta? È la stessa domanda che abita le periferie europee, gli spazi sociali italiani, i movimenti di inquilini e migranti: come costruire forme di abitare e di comune in un mondo che ha dissolto ogni garanzia? La risposta non è mai puramente locale, ma si propaga in reti di solidarietà transnazionale che sfidano la frammentazione imposta dal capitale e dallo Stato. Qui, l’internazionalismo non è più un’ideologia, ma una pratica spaziale: il filo che lega la resistenza palestinese a quella afroamericana, il femminismo latinoamericano ai movimenti per la giustizia climatica, l’antifascismo europeo all’abolizionismo statunitense.
È su questo stesso terreno di connessioni e interferenze che si articola l’intervista di Miguel Mellino a Diego Sztulwark, a partire dal tema portante delle ultradestre in America Latina. Il dialogo tratta le similitudini e le differenze nelle traiettorie percorse dai singoli uomini politici (in particolare Bolsonaro e Milei), ma evidenzia anche la capacità comune delle destre estreme di nutrirsi dello stallo del progressismo, intercettando il malessere, rappresentandolo con lessici specifici e diventando il megafono del malcontento per manifestazioni di piazza. Proprio lo scenario argentino apparentemente bloccato è stato stravolto da un insieme composito di soggetti che ha creato un movimento capace di aprire spazi di convergenza, influenzando l’agenda politica di Milei. Qualcosa di molto simile è successo in Europa, per la Palestina e per Gaza. Sztulwark suggerisce di leggere Kafka in prospettiva politica, sia per comprendere le specificità delle sfide di ciascun contesto, sia per adottare una lente sulle convergenze globali.
Se Amendola ci invita a guardare all’antifa come nome dell’eccedenza politica, e l’inchiesta sull’abitare ci ricorda che ogni forma di vita è oggi terreno di conflitto, lo scambio tra Mellino e Sztulwark ci fornisce la mappa per comprendere come traiettorie di soggetti diversi si possano connettere nelle lotte. Tale capacità ricompositiva libera prospettive di mobilitazione che scardinano il possibile, inteso come insieme di orizzonti a partire dalle regole d’ingaggio del capitalismo, e lasciano intravedere nuovi possibili scenari. Sta capitando in Argentina e, con un respiro più ampio, in altri contesti latinoamericani; è accaduto per la Palestina e Gaza.
In tutte e tre le riflessioni, si avverte un movimento comune: la necessità di pensare oltre la difesa, oltre la rappresentanza, oltre la dicotomia reale/virtuale. È la stessa tensione che attraversa i movimenti contemporanei, dalle piazze abolizioniste alle rivolte climatiche, dalle lotte per la casa alle mobilitazioni queer e transfemministe. Tutte queste esperienze, pur differenti, condividono una consapevolezza: che la trasformazione non può più passare per le istituzioni liberali, ma per l’invenzione di nuove forme di vita collettiva.
Lo spettro evocato da Amendola è lo stesso che abita le rovine di Gaza e gli spazi digitali: la possibilità che la cooperazione sociale, anche nel suo stato frammentato e precario, si faccia soggetto politico. Ecco perché le destre ne hanno paura: perché in ogni campo profughi, in ogni rete di mutuo soccorso, in ogni piattaforma riappropriata, si manifesta la prova materiale che un’altra organizzazione della vita è possibile.
Nel punto di incontro tra l’antifascismo come pratica di liberazione, l’abitare come forma di resistenza e il digitale come terreno di conflitto, si disegna una nuova cartografia politica del presente. Una mappa fatta non di confini, ma di connessioni; non di rappresentanze, ma di presenze; non di utopie distanti, ma di esperimenti reali. È qui che i movimenti di oggi possono trovare la loro forza: nel riconoscersi parte di un unico processo di abolizione e reinvenzione del mondo, capace di attraversare tanto le rovine materiali della guerra e del capitale quanto le trame invisibili del codice e dell’informazione.
Forse è questo, oggi, il significato più concreto dello “spettro che si incarna”: non un’ombra che inquieta il potere, ma un corpo collettivo che prende forma, che abita, che lotta. Un corpo che non punta tanto alla difesa della democrazia quanto a una nuova politica reinventata a partire dai margini, dai pixel, dalle macerie.